Approvata la legge contro il bracconaggio ittico nelle acque interne: finalmente abbiamo un’arma più efficace che tutela l’ambiente, le specie di pesci e la salute dei consumatori

La Camera dei Deputati ha approvato la legge Atto Camera 1806-A, modifiche alla legge 154/2016, contro il bracconaggio ittico nelle acque interne, un fenomeno che negli ultimi anni ha assunto contorni sempre più critici con ripercussioni su ecosistemi, biodiversità delle specie ittiche e sicurezza alimentare. Il provvedimento ha imposto un fermo giuridico alla pesca illegale e messo in campo misure di tutela della risorsa ittica e della salute dei consumatori. Il bracconaggio ittico attenta all’ambiente e alla biodiversità ricorrendo a mezzi vietati e distruttivi. Questa legge colma al riguardo un vuoto normativo e fornisce strumenti più efficaci per affrontare un problema ormai strutturale. Ora le forze dell’ordine dispongono di armi legali più efficaci per combattere la piaga del bracconaggio ittico e anche le associazioni del settore si sentono maggiormente gratificate nella denuncia di misfatti di questo genere. Per anni, infatti, le associazioni di pesca hanno segnalato con tempestività episodi di bracconaggio in tutte le acque interne, ma in molti casi la denuncia sfociava in una ammenda (molto spesso ridicola) che consentiva ai bracconieri di continuare imperturbati nella loro opera di rapina e distruzione della fauna ittica.

Un lungo percorso
Arrivare a questo importante traguardo giuridico non è stato facile. Dobbiamo tornare al 2017, quando venne approvata in Senato la risoluzione dell’Affare N. 683, relativa alla questione bracconaggio ittico e al regolare svolgimento dell’attività di pesca in acque interne. La 9^ Commissione Ambiente aveva posto all’attenzione del Governo i problemi legati alle attività di pesca nelle acque dolci italiane. Il documento era stato supportato da una circostanziata nota della FIPSAS (Federazione Italiana Pesca Sportiva e Attività Subacquee) che rappresentava le segnalazioni sempre più frequenti delle associazioni di pescatori ad essa affiliate. Molte delle numerose proposte presentate dalla FIPSAS avevano trovato collocazione e riscontro nella Risoluzione. Questo passaggio è stato molto importante per proseguire il percorso avviato con la Legge 154/2016, art. 40 per contribuire a trovare una soluzione definitiva per contenere il fenomeno del bracconaggio ittico nelle nostre acque interne.
La normativa nei dettagli
Il testo relativo alla normativa sul bracconaggio ittico approvato dalla Camera dei Deputati ha modificato la Legge 154/2016 per introdurre divieti più specifici e sanzioni diversificate per le acque interne, distinguendo tra grandi laghi, laghi minori, acque dolci e lagunari, e proibendo attrezzi vietati, esplosivi, elettricità prevedendo tra l’altro pene più severe, inclusa la sospensione delle licenze ai pescatori professionisti. Il provvedimento mira in gran parte a contrastare la pesca illegale definendo meglio le aree e le condotte sanzionabili, rafforzando in pratica la lotta contro la pesca di frodo. Ecco i punti più salienti. Estensione del concetto di acque interne per includere le lagune e specifica dei grandi laghi (Maggiore, Como, Garda, etc.) e laghi minori (Orta, Varese eccetera.) in un allegato. Divieti Rafforzati: generale divieto di pesca professionale e di attrezzi non sportivi, vietando l’uso di esplosivi, elettricità, sostanze tossiche eccetera. Sanzioni Più Severe: introduzione di sanzioni specifiche per violazioni, inclusa la sospensione delle licenze di pesca professionale. Competenze Regionali: possibilità per Regioni e Province Autonome di autorizzare eccezioni in aree specifiche, come la pesca professionale tradizionale cooperativa.

Bracconaggio, ora è reato
Prima dell’entrata in vigore di questa legge i fenomeni di bracconaggio nelle nostre acque interne non erano ancora considerati reato, i colpevoli potevano essere perseguiti solo con una semplice contravvenzione. Secondo le stime, il mercato illegale legato alla pesca di frodo muove quasi 3 milioni di euro l’anno. A preoccupare sono soprattutto i metodi utilizzati: elettrostorditori, esplosivi, veleni e sostanze chimiche, oltre a reti vietate e in alcuni casi al prosciugamento di tratti fluviali. Strumenti che compromettono gravemente la fauna e gli habitat acquatici. Fenomeni gravi e potenzialmente distruttori di interi ecosistemi, come quello che aveva colpito nel 2019 le acque del basso mantovano e che salì tristemente agli onori della cronaca per i danni ingenti arrecati all’intero bacino del fiume Mincio e del Po. Nel corso di quella intensa opera di bracconaggio organizzato vennero letteralmente svuotati interi tratti dei due fiumi ad opera di bande organizzate di albanesi, rumeni e moldavi che portarono via tutta la fauna ittica, comprensiva di pesci siluro, carpe, carassi, cefali, breme. Con un’abile organizzazione commerciale tutto questo pesce aveva preso la via dell’Est. Il danno, calcolato dall’Università di Ferrara, aveva portato a un calo del 30% della fauna ittica per un giro d’affari illecito di circa 20.000 euro a settimana. Beffa tra le beffe, l’anno precedente erano stati stanziati tre milioni di euro per fronteggiare il fenomeno, soprattutto per pagare lo smaltimento del pesce sequestrato che, essendo inquinato, non poteva certo essere donato alle varie mense ma solo smaltito, a pagamento, come rifiuto speciale. Oggi rendere questo triste fenomeno, pericoloso per l’uomo e per l’ambiente, un reato, non lo cancellerà ma darà certamente più forza e vigore alle forze dell’ordine per contrastarlo.

Sanzioni più severe
Il testo di legge introduce anche controlli coordinati lungo fiumi e bacini interni, oltre a sanzioni più severe anche nei confronti di chi svolge attività professionale. Il recente episodio avvenuto a Perledo, sul lago di Como, dove due pescatori professionisti sono stati fermati dalla Polizia Provinciale con 120 esemplari di coregone lavarello in pieno periodo di riproduzione, continua a suscitare indignazione e forte preoccupazione in tutto il territorio. Quanto accaduto rappresenta un fatto di particolare gravità, che mette ancora a rischio un pesce pregiato e compromette il prezioso lavoro svolto da volontari, associazioni, enti locali e dalla stessa Regione per la tutela dell’ecosistema del Lario.




