È stata definita la tecnica del terzo millennio e dal 2007, anno a cui si fa risalire la nascita in Italia, gli appassionati sono aumentati tantissimo. Oggi, questo dinamico sistema che riguarda una tipologia particolare di esche artificiali, si sta evolvendo verso forme sempre più micidiali dirette alla cattura di dentici, ricciole e tonni ma anche pagelli e altri pesci, con varianti tecniche più leggere

L’ondulante da vertical, lungo e affusolato, arriva fluttuando sul fondo e poi si solleva con scatti e rilasci continui. Sembra proprio una piccola sardina con evidenti problemi di nuoto, forse malata e moribonda. Il grosso dentice l’ha visto e, attirato dagli scatti convulsi di una facile preda, esce dalla sua tana per ghermirla al volo. Questa è l’essenza del vertical jigging. Si tratta di recuperare l’esca finta con cadenze oblique e verticali per stimolare i predatori che stazionano sul fondo o nei suoi pressi. All’inizio erano poche le aziende, specializzate nella pesca sportiva, pronte ad affrontare questa disciplina: alcune comunque ci lavoravano già da tempo, con proposte non strettamente legate alle esigenze mediterranee; altre erano del tutto impreparate. Ma nel corso di pochi anni la richiesta di prodotti specifici per questa disciplina, che nei nostri mari si stava diffondendo a macchia d’olio, divenne imponente e oggi il vertical appare diffuso in tante applicazioni, che insieme racchiudono una tecnica dai contorni molto ben definiti.

Dentici e pagri sono le prede classiche del vertical jigging: vivono su fondali rocciosi e si lasciano attrarre dai movimenti a saliscendi dell’ondulante da vj sapientemente manovrato.
Esche da vj: ondulanti per la pesca a saliscendi
Ogni branca del vertical jigging è altamente tecnica, assolutamente niente è lasciato al caso e non accetta compromessi, soprattutto nella scelta dei materiali: costano e non poco. Le canne, gli artificiali, gli ami, i trecciati necessari per affrontare la battuta di pesca, richiedono qualità costruttiva molto elevata; il vantaggio sono grande durata nel tempo e catture assicurate. Proprio a proposito di materiali si evidenzia uno degli aspetti base di questa tecnica: gli artificiali. Non potremo aspettarci, se non in maniera casuale, una bella ricciola di 50 chili o un dentice di taglia extra large, se l’artificiale non è realizzato con ottimo materiale che permette il giusto movimento o che non abbia un’olografia di alta qualità per renderlo più attirante. Tutto, nelle esche artificiali da vertical, deve essere progettato con cura e con i migliori componenti possibili.

La struttura allungata di questo ondulante da vj ha convinto il grosso predatore marino ad attaccare.
Long e short shape
La numerosa famiglia degli artificiali da vertical jigging si può dividere in due categorie caratterizzate essenzialmente da diverse forme: long shape e short shape. Un classico artificiale long è generalmente caratterizzato da un baricentro neutro per cui sfrutta il proprio movimento grazie esclusivamente al nostro polso e mano. Si tratta quasi sempre di artificiali progettati per poter lavorare al meglio sondando il fondo fino ai 4-5 metri dalla superficie, adatti ad attirare le specie ittiche in questa fascia d’acqua. Sono volutamente realizzati, grazie alla loro forma e al peso, potremmo dire “diluito”, per sentire e subire le correnti medie e lente; infatti, sono generalmente utilizzati con canne da vertical jigging di lunghezza non inferiore a 1,80 metri, caratterizzate da una buona punta sensibile adatta a movimenti lunghi e lenti che permettono all’artificiale di “oscillare” letteralmente da destra a sinistra con sbandamenti anche di 5-6 metri, per i più esperti, sfruttando al meglio l’effetto “culla” dato dalle correnti di cui si parlava sopra. Il long shape è l’artificiale per eccellenza mirato alla cattura dei grandi predatori, come ricciole, grosse palamite e tonni. Nella borsa degli artificiali il buon pescatore non può certo farsi mancare gli artificiali dal taglio medio e medio corto, che fanno parte della seconda categoria e tornano utili in tantissime occasioni. L’artificiale di lunghezza media nasce prevalentemente come esca da fondo, anche se, come detto sopra, viene utilizzato un po’ per tutto. Dotato anche questo di un baricentro neutro, preferisce essere manovrato da canne ad azione fast, ossia veloce di punta, per cui da attrezzi che gli imprimono movimenti corti e rapidi, e viene fatto lavorare facendolo risalire dal fondo per 10-12 metri, poi fatto ricadere. Il movimento rispetto all’asse verticale è corto e rapido con piccoli guizzi laterali lunghi intorno al mezzo metro. È proprio questo movimento, fatto di scarti rapidi e molto brevi, che va a stimolare il pesce di turno o la preda particolarmente infastidita da questo intruso che crea scompiglio tra i banchi di pesce. Può succedere, soprattutto nel periodo invernale, che venga assalito da piccole ricciole sia in fase di recupero sia in discesa e qui occorre un po’ di buon senso da parte del pescatore: meglio accontentarsi di un paio di catture e niente più invece di perpetrare delle vere e proprie mattanze su questi branchi, spesso molto numerosi, che entrano in una vera e propria competizione alimentate. Se poi l’appassionato vuole cimentarsi nel vertical purissimo, o come lo chiamano i giapponesi il “super vertical”, deve puntare l’acquisto sugli artificiali corti.

Quasi tutte le esche che fanno parte del vertical jigging classico sono metalliche ed hanno forma abbastanza comune. Appartengono alla vasta categoria dei metal jig e sono caratterizzati quasi sempre da peso specifico elevato e forma idrodinamica, vagamente simile al corpo di un pesce.
Esche short shape: recuperi corti e ultra veloci
Spesso caratterizzati da un forte baricentro in coda e da superfici non omogenee, gli artificiali da vertical caratterizzati da corte misure hanno colori molto accattivanti che richiamano tanto il cibo preferito dei predoni del fondo: parliamo dei dentici con la D maiuscola e delle grosse cernie. Qui l’argomento diventa più delicato, perché dovremo conoscere a menadito, anzi metro per metro, i nostri fondali e grazie all’ecoscandaglio andare a cercare la grossa cernia sulla… porta di casa! Armati con la canna da fast posizioniamo l’artificiale in prossimità della tana eventualmente abitata dalla grossa cernia e la stimoleremo all’attacco imprimendo al jig movimenti molto corti e ultra veloci, recuperando l’artificiale dal fondo per 5-6 metri e facendolo ricadere.

Un grosso dentice ha attaccato il jig sul fondo. La canna si piega al limite…
Attrezzatura di qualità per evitare brutte sorprese
Una delle difficoltà maggiori nella scelta di una canna da vertical jigging è l’abbinamento che si vuole fare con gli artificiali. Come già detto ogni tipologia di artificiale richiederebbe un proprio attrezzo. Partiamo dal presupposto che il vj, come tutte le tecniche del vasto mondo del jigging, richiede materiali di buona, se non ottima, qualità perché spesso ci si trova in condizioni di affrontare pesci di taglia notevole e molto agguerriti. Per cui, se l’intenzione è di attrezzarsi con una buona canna che duri nel tempo e permetta di assolvere egregiamente al combattimento con qualche bel pesce, bisogna mettere mano al portafogli e puntare su prodotti che hanno un certo costo. Purtroppo, un attrezzo in fibra di carbonio specifico per quest’uso, con un’adeguata laccatura che isola il carbonio dalla salsedine, dotato di buoni anelli passanti e con l’impugnatura ben sagomata che aiuti molto durante le pescate, ha un costo elevato; sul mercato possiamo trovare attrezzi a partire da 80 euro in su, magari per chi vuol tentare questa disciplina nell’incertezza di praticarla a fondo, che comunque difficilmente assolvono al compito non solo per una questione di durata nel tempo ma anche, per esempio, a dare il giusto movimento all’artificiale, che è uno dei segreti del vertical jigging.

Nel vertical jigging il combo canna-mulinello è di fondamentale importanza. Possiamo scegliere tra mulinelli a bobina fissa e canne con anelli inferiori oppure tra mulinelli da casting e canne con anelli sopraelevati, sempre di buona misura.
Canne dedicate
Una particolarità importante, nella scelta delle canne da vj, è la loro potenza di lancio più idonea. Qui la questione diventa più complessa. Sulle canne di livello, il range di utilizzo dell’artificiale è riportato in grammi. Cosa sta a significare? Che un attrezzo con un range che varia da 90 grammi a 200 permette di muovere nella giusta maniera artificiali che hanno questi pesi. Per essere più precisi, diremo che una canna con range da 90-200 grammi permette l’uso “perfetto” nel movimento di artificiali con grammatura da 100 a 160-170 grammi senza arrivare al limite dei 90-200 grammi non perché l’attrezzo meccanicamente potrebbe avere qualche problema, ma esclusivamente per una corretta animazione del jig. Per cui, una canna da 40-200 grammi gestisce artificiali da 60-150, mentre con un range di 120-250 grammi utilizzeremo jig da 150-220 grammi e cosi via. Questa puntigliosa chiarezza è per far ben comprendere a chi si approccia a questa tecnica quanto sia importante, tra le altre tante cose, dare il giusto movimento all’artificiale e questo può avvenire esclusivamente dal giusto peso con la giusta canna che a questo punto non diventa nient’altro che il prolungamento del braccio.

Le migliori canne da vertical sono caratterizzate da leggerezza e bilanciamento perfetti ed hanno una riserva di potenza nella parte inferiore per domare anche le prede più grosse. Importante è anche l’anellatura: le migliori montano passanti del marchio giapponese Fuji.

el light jigging vanno bene anche i mulinelli da spinning, ma devono essere robustissimi e soprattutto con una grande potenza di recupero.
Fast e slow rod per animazioni differenti
All’inizio, quando questa nuova tecnica ha cominciato a prendere piede, da parte degli utilizzatori è stata, per una mancata informazione, sottovalutata la corretta scelta nell’attrezzo e spesso è stato il costo a determinarne la scelta. Ma le cose sono poi cambiate e chi si è impegnato a capire perché oggi esistono tanti artificiali con forme diverse, ognuno dei quali necessita di un particolare movimento, ha realizzato e continua a fare bei carnieri; chi invece è rimasto all’uso del jig come se fosse uno yo-yo, probabilmente è ancora fermo a una misera cattura magari del tutto casuale. Ed è proprio da questo punto che nasce l’esigenza di scegliere la canna con la giusta azione per gli artificiali da utilizzare. Sono due le grandi famiglie che vanno a catalogare le azioni delle canne da vj: fast e slow. Le fast si caratterizzano per l’altezza che mediamente è intorno a 1,60 metri, hanno una struttura prettamente rigida e dovrebbero essere utilizzate con artificiali corti o con il baricentro del peso rivolto verso il basso. Dovrebbero quindi essere indirizzate ai classici artificiali da fondo per la cattura di dentici, cernie, grossi pagri eccetera. Il movimento che va impresso alla canna è corto e rapido (da qui il nome fast, rapido) con strappi intervallati da brevissime pause.

La grossa preda è sotto la barca e tira come non mai: il filo va tenuto lontano dalla barca o il taglio è assicurato!
Slow rod e recuperi
Le canne ad azione “slow” si adattano meglio al recupero degli artificiali da vj lunghi con baricentro neutro, generalmente utilizzati per la ricerca di grosse ricciole e palamite sondando la colonna d’acqua dal fondo fin quasi alla superficie. Si contraddistinguono per altezze differenti in base al peso dell’artificiale in uso: intorno a 1,90 metri circa per grammature da 90 a 200 grammi e sul metro e ottanta per 120-300 grammi. Il movimento deve essere lungo e lento in maniera tale da permettere all’artificiale di muoversi nel cono d’acqua, oscillando ampiamente sia a destra sia a sinistra. La loro azione molto progressiva nella spinta, data dal braccio e dal peso dell’artificiale, permette di avere un raggio di azione veramente ampio.

L’abbinamento canne e mulinelli è quello giusto: ecco il risultato finale di una bella battuta di pesca a vj.
Azione di pesca
La pesca a vj é una tecnica di movimento a tutti gli effetti. Anche la barca non deve essere ancorata: spento il motore, si cerca di impostare una passata in scarroccio sui punti desiderati, sotto un controllo costante dell’ecoscandaglio; pur essendo quasi indispensabile, il suo ausilio viene sopravvalutato da molti. La sua interpretazione è infatti piuttosto complessa, ma è sicuramente utile per agevolare l’80-90 per cento delle catture. È utilissimo per localizzare le classiche palle di pesce; trovato il banco, si può insistere nelle vicinanze oppure andare oltre, in quanto spesso se c’è pesce foraggio non ci sono i predatori, e se ci sono hanno ben altri interessi che il nostro jig. Molti esperti preferiscono andare a cercare i pesci in atteggiamento neutrale, anche fuori dalle secche, sul fango, dove però quasi sempre sono difficili da localizzare con l’eco, specie se si tratta di paraghi o dentici.

Un pesce sanpietro preso a vj di profondità: cattura insolita ma non impossibile…
Adattiamoci ai gusti dei predatori
Il recupero dell’artificiale da vertical può essere effettuato in un numero infinito di maniere, ma vi sono alcune regole che vanno sempre seguite. Abbiamo detto che, effettuato il lancio, occorre attendere che il nostro jig tocchi il fondo; ce ne accorgeremo da un allentamento della lenza e, nel caso usiamo canne sensibili, sentiremo anche il peso dell’esca venire a mancare. A questo punto possiamo scegliere tra due recuperi base. Il primo è lo short jerking, che consiste in una serie ripetuta di brevi strappi coordinati col recupero, con una regola base di uno strattone per giro di manovella. Il secondo recupero si chiama long jerking, che si distingue per un’escursione più ampia del cimino, somigliante alla azione tipica di pompaggio durante un combattimento col pesce, con sollevamento della canna e richiamo della lenza in discesa; in questo caso ad uno strattone corrispondono mediamente tre giri di manovella. Tenendo come base questi due tipi di recupero, possiamo variare praticamente all’infinito le cadenze: la velocità, la frequenza, la lunghezza delle strappate possono cambiare parecchio ma dovranno sempre andare di pari passo con la forma e la distribuzione del peso del jig. Lo stile più tradizionale secondo i canoni della scuola giapponese è una serie di strappate eseguite tenendo il manico della canna sotto l’ascella, il cosiddetto underarm, che è quello che consente la migliore impostazione per il controllo del jig. All’opposto, una seconda tecnica di impugnare la canna consiste nel tenerla in pancera, con le apposite pettorine usate anche nella pesca a traina stand up. Questa variante è certamente più adatta all’impiego di attrezzature e artificiali pesanti in quanto affatica molto meno la schiena e le braccia.

L’eccellente azione di recupero sul fondo ha convinto questa grossa spigola ad attaccare.
Occhio alle correnti
Tutto sommato, la tecnica del vertical si riduce a tre fasi, due delle quali decisamente semplici: il lancio e l’attesa che l’esca tocchi il fondo. Dopodichè si comincia subito a recuperare, generalmente a strappi fino ad una certa distanza dalla superficie oppure fino a galla. Tutto dipende da dove sono localizzati i nostri avversari e da quali specie intendiamo insidiare. Bisogna tuttavia valutare sempre l’effetto del vento o delle correnti subacquee, che influiscono sulla velocità di scarroccio della barca. Se questo è sostenuto, dopo pochi recuperi a scatti e rilasci dell’esca bisogna farla salire velocemente in superficie, per mantenere verticale la lenza. Fondamentale, infatti, è che più l’assetto è verticale, più efficace è l’azione di pesca. Per arrivare a questo risultato sono risolutivi il tipo di esca, l’andamento del recupero e il filo montato sul mulinello.

Nella pesca a vertical gli artificiali classici sono tutti costituiti da un corpo massiccio, solitamente realizzato con leghe metalliche pesanti, ma allungato e strutturato per favorire gli ondeggiamenti nei recuperi a scatti e rilasci. Fondamentale è anche il collegamento dell’armatura, solitamente realizzato con un robusto cordino che unisce l’occhiello dell’esca a quello dell’amo singolo: assist hook!
La lotta col pesce
Una volta allamato un bel pesce, dovremo impostare un combattimento che non gli consenta di organizzare la benché minima difesa. Operazione, questa, che riesce bene se la taglia del pesce non è eccezionale, data anche la robustezza della nostra attrezzatura. Il recupero del predatore deve essere deciso, con pompate brevi ed energiche per impedire che il pesce cerchi di riossigenarsi. La canna andrà tenuta bassa sull’acqua col filo in costante tensione per evitare sganci improvvisi, causati molto spesso dalla corta metratura del filo tra canna e preda e, a volte, anche dall’eccessiva rigidezza del medesimo (caso questo frequente se si usano i braided, o fili trecciati che non hanno alcuna elasticità). In genere il combattimento si risolve in pochi minuti, intensi ed indimenticabili. Un combattimento breve aumenta la possibilità di sopravvivenza del pesce in caso di rilascio. Questo con prede diciamo “normali”, orientativamente sotto i dieci-quindici chilogrammi.

Il recupero a saliscendi tra le rocce del fondale ha mosso il grosso predatore.
Bestioni sotto canna: domiamoli con la giusta strategia
Recuperare in verticale un carnivoro da record, per intenderci un pesce che passa i quindici chilogrammi di peso, non è affatto semplice. Qualche chance in più se avremo scelto un’attrezzatura dimensionata alla taglia della preda, ma in ogni caso non dovremo scatenare la furia iniziale del bestione anzi, cercheremo di assecondarne la difesa, seguendola con la barca e on la canna senza fare altro, dato che il combattimento parte in verticale. In questa situazione è infatti il pesce a scegliere la direzione, e col filo poco inclinato non possiamo far altro che seguirla non potendo esercitare un’azione laterale tesa a deviarne la fuga. Una situazione, questa, che capita spesso con una grossa ricciola Dopo una prima serie di fughe in varie direzioni il pesce comincerà a stancarsi, dandoci modo di bobinare sempre più filo, fino ad arrivare al terminale. Ma attenzione, l’ultima fase di recupero può anche essere la più pericolosa: in una fuga disperata il pesce cercherà di spaccare tutto, e solo un perfetto funzionamento della frizione del mulinello potrà aiutarci a portare la preda a pagliolo.

A jigging light si possono insidiare anche prede di piccola taglia, con attrezzatura più leggera.
Light jigging dal fondo alla superficie
Era inevitabile che anche il vertical jigging subisse un’evoluzione dettata dal perfezionamento delle tecniche e delle attrezzature che ne fanno parte. E così, da qualche anno ormai si sente parlare di light jigging, kabura jigging e tai e madai, variazioni della tecnica basilare del vj che derivano da tecniche che si sono evolute in Giappone. Partiamo dal presupposto che, così come recita la parola stessa, stiamo parlando di jigging leggero e diremo che le metodiche di questa disciplina light includono tutte quelle tecniche mirate all’uso di artificiali in lega leggera che non vanno oltre i cento grammi di peso. A questa numerosa famiglia appartengono tutte quelle esche dalle forme particolari che vengono usate dalla barca generalmente in tre modi: a fondo, a mezz’acqua e in superficie, tanto da sfiorarla. I kabura e tutto il ramo della stretta parentela stanno a indicare nella lingua giapponese una particolare gamma di esche da vertical, a prescindere dalle marche e dai colori, tutte con somiglianze strutturali in comune. Di forma tendente allo sferico, con grammature che vanno da 40 a 100 grammi, ne esistono di mille varietà comunque riconducibili alla forma tondeggiante tipica per la pesca sul fondo. Vengono usati sollevandoli con movimenti lenti e continui fino a 4-5 metri dal fondo e poi fatti ricadere. Due i metodi di utilizzo: uno di stampo giapponese e l’altro tipicamente italiano definita dello “striscio e saltello” che ben si adatta a buona parte dei nostri fondali, spesso melmosi e fangosi, e indirizzata prevalentemente alla ricerca di grossi pagelli e pagri, anche se le catture di orate, tanute e gallinelle e del sempre presente scorfano sono all’ordine del giorno.

Con certi predatori dalla dentatura possente c’è poco da scherzare: il collegamento tra ami e ancorette deve essere a tutta prova!
Scegliamo gli artificiali
Anche nel light jigging esistono artificiale da fondo e da mezz’acqua. Nascono per la cattura delle varie specie ittiche che popolano la parte centrale della colonna d’acqua, come palamite, grossi sugarelli o piccole ricciole di branco. Posizionati quasi sul fondo, questi artificiali vengono sollevati con movimenti rapidi ad intervalli abbastanza lunghi sino a raggiungere i 4-5 metri dal fondo e poi fatti ridiscendere. Dall’esperienza raccolta dagli intenditori di questa nuova disciplina sarebbe consigliabile sfrondare con le forbici il gonnellino elastico dell’esca se appare particolarmente “carico”, in quanto gli ami, anch’essi di tipo assist come per il vertical classico, molto dimensionati rispetto al corpo dell’artificiale, potrebbero impigliarsi, proprio per il movimento che gli diamo, tra i filamenti di gomma. Di forma particolarmente sfilata, molto simili a una banana vengono anch’essi prodotti nelle stesse grammature che difficilmente si avvicinano ai 100 grammi.

Dal classico vertical si sono evolute discipline specialistiche mirate alla cattura dei pesci marini delle specie più diverse.
Fili fuori e dentro l’esca
Nella pesca a vertical varie tipologie di fili vengono usate sia per lanciare e recuperare sia per armare le esche. In questi ultimi anni i trecciati (o braided) sono diventati dominanti nel carico del mulinello. I vantaggi di questi multifili rispetto ai monofili di nylon sono evidenti: maggiore carico di rottura a parità di diametro, maggiore sensibilità sull’esca e migliore percezione dell’abboccata. I fili, sotto forma di cordini, fanno parte anche dell’armatura: ad essi si ricorre per legare l’amo con un corto bracciolo, per favorire la ferrata ed evitare che il pesce, facendo leva sul corpo metallico dell’esca, possa sganciarsi.





