Canna fissa, bolognese e… pesci furbi

Il successo di una battuta di pesca in mare da riva dipende in gran parte dalla conoscenza delle caratteristiche delle sponde, che possono presentarsi naturali o profondamente modificate dalla mano dell’uomo. La morfologia di tali sponde, il gioco delle correnti che le interessano, il variare della profondità e l’azione del moto ondoso sono tutti aspetti da valutare attentamente poiché essi interagiscono con i pesci e, quindi, influiscono sul risultato finale. Tanto più se affrontiamo la costa armati di una lunga canna e di esche naturali

Pescare in mare da riva con il galleggiante richiede abilità, conoscenza tecnica e corretta interpretazione delle condizioni meteomarine.

La pesca in mare con l’attrezzatura sportiva offre infinite possibilità. La varietà degli ambienti costieri e il gran numero di specie ittiche insidiabili fanno delle nostre coste una bellissima palestra per trascorrere ore di sano divertimento. Accanto alle tecniche di pesca impegnative, che richiedono un’attrezzatura complessa e di un certo valore (è il caso del surfcasting), ne esistono altre molto meno costose, sempre dedicate alle esche naturali, che offrono uguale divertimento, anche se rapportate a prede meno grandi. La pesca con esche naturali e con canne tipo la fissa, la bolognese o l’inglese si rivolgono in genere a pesci più piccoli ma non per questo meno interessanti: specie come il cefalo vanno insidiati con lenze e montature molto esili e per averne ragione è necessaria tanta abilità e bravura. Per questo la pesca da riva con le esche naturali e le lunghe canne telescopiche sa ugualmente gratificare il pescatore. L’importante, come sempre, è utilizzare la giusta attrezzatura al momento e nel luogo giusto.

Comune lungo tutte le coste italiane, il cefalo è anche un pesce molto scaltro che ha il suo tallone d’Achille proprio nella pesca con il galleggiante.

Un po’ di buonsenso

Come sempre, nell’affrontare qualsiasi spot occorre, anche dalla riva del mare, un po’ di buon senso. Un esempio: se peschiamo nel porto a una distanza intorno agli otto metri sarà sicuramente più pratico pescare con una canna bolognese di pari lunghezza, piuttosto che con una canna più corta. La situazione cambia pescando dalle scogliere dove è molto più facile che le condizioni richiedano l’uso di lenze più pesanti rispetto alla pesca nei porti, in particolare se si pesca sulle punte esposte a mare aperto, per questo dobbiamo mettere in conto il cambiamento di lenza che se necessario ci garantirà una corretta e più redditizia azione di pesca. Detto questo, mettendo le basi sulle regole elementari vediamo come possiamo affrontare le acque con le lunghe fisse telescopiche e piccoli ami innescati con le esche naturali.

Dalle scogliere la telescopica fissa è valida solo se il pesce si trova molto vicino e il fondale non è troppo elevato.

Fissa: antica ma sempre attuale

Specialità tra le più vecchie della pesca, la pesca con la canna fissa racchiude sempre il fascino primordiale del contatto diretto con la preda, dove solo l’esperienza e la padronanza dell’attrezzo possono assicurare catture di pregio. Primo amore dei bambini che si affacciano al mare, oggi è una tecnica molto raffinata che richiede una certa abilità. Sembra ieri quando dai moli o arroccati su uno spuntone di roccia a picco sul mare, si era costretti a reggere con non poca fatica un attrezzo da 7-11 metri. Realizzate fino a 50 anni fa in puro fenolico, le fisse, primo amore incontrastato di tutti gli italiani appassionati di pesca sportiva, erano sì un divertimento assicurato ma anche una buona palestra per i muscoli, soprattutto quando alla ricerca di occhiate dalle alte scogliere durante le mareggiate, sentire l’allamata e recuperare velocemente il pesce di dimensione sostenuta era un problema non da poco. Successivamente l’evoluzione tecnologica ha aiutato notevolmente, passando alla realizzazione di prodotti in materiali misti per arrivare ai nostri giorni all’utilizzo del carbonio in alto modulo. Attualmente le canne fisse utilizzate per il mare sono gli stessi attrezzi utilizzati nella pesca della trota in torrente; per cui ci troviamo di fronte ad attrezzi particolarmente raffinati, molto potenti, rapidi nelle ferrate e, fortunatamente, molto leggeri.

In mare la fissa deve essere necessariamente lunga. Una 5 metri è la misura minima per affrontare i fondali del sottocosta.

I limiti tecnici

In mare la canna fissa ha i suoi limiti d’utilizzo, imposti principalmente dalla profondità del fondale, che deve essere sempre inferiore alla lunghezza della canna di almeno un paio di metri. La lenza collegata al cimino non può essere più lunga della canna, e da questa misura “fissa” deriva probabilmente anche il nome dell’attrezzo. Esempio: una canna di sette metri può essere adoperata su un fondale al massimo di cinque metri e trenta, pescando ad otto metri di distanza dai propri piedi. Affinché l’innesco possa stazionare in prossimità del fondo, quindi, è necessaria una canna sufficientemente lunga, considerando anche la distanza minima che è necessaria tra il galleggiante e la punta dell’attrezzo, che deve essere almeno di un metro. Si capisce che la situazione più vantaggiosa si ha pescando dalla banchina su un fondale piatto, mentre da una scogliera artificiale che degrada più o meno lentamente, la stessa profondità di pesca richiede una canna molto più lunga. 

Ecco una montatura classica per il furbo cefalo: galleggiante fisso affusolate da 2 grammi su madre lenza dello 0,14 mm e amo del n. 16 innescato a bigattini.

Tecniche da canna fissa

La canna fissa è un attrezzo tipicamente diurno, ed il suo uso dovrebbe essere limitato a pesci di branco come cefali e salpe. Il primo approccio, quello più rapido e sempre redditizio è l’utilizzo a fondo; saraghi, scorfani e perchie sono pesci adatti a qualsiasi livello di preparazione tecnica. Il sistema classico per la pesca a fondo con la canna fissa prevede l’uso di esche lavorate come la pastella a base di pane e formaggio, innescata su una piccola ancoretta. Il terminale è un unico spezzone di filo lungo circa 50-60 centimetri in meno rispetto alla lunghezza della canna, con un diametro che potrà variare dallo 0,14 allo 0,22 in base alle condizioni del mare e alla trasparenza delle acque. A circa 10-15 centimetri dall’esca parte un rosario di pallini spaccati fino a raggiungere una grammatura variabile dai 3 ai 5 grammi, che permette di raggiungere il fondo abbastanza velocemente. Utilizzando, per esempio, una canna di 7 metri, lavoreremo su fondali intorno ai 6,50 metri in maniera tale da mantenerci sempre staccati dal fondo, e così via. Si impiegano canne marcatamente di punta, rigide e pronte alla ferrata.

Nei porti grandi e piccoli e, più in generale, nelle acque ferme e profonde la canna bolognese trova il suo migliore utilizzo, anche per pescare piccoli pesci di branco con ami multipli.

Dove usarla

La bolognese non ama molto il fondale basso, poiché questa condizione limita la lunghezza del calamento e, di conseguenza, la varietà di piombature realizzabili. Se si vogliono adottare scalature di pallini che conferiscano morbidezza al calamento, il fondale ideale per la bolognese è quello profondo almeno tre metri. Nella pesca alla spigola, ad esempio, è importante che il finale libero da piombini sia lungo almeno un metro e, volendo realizzare una scalatura ampiamente distribuita sulla restante lenza, si deve disporre di almeno altri due metri di calamento. Restando nell’ambito dei calamenti leggeri e “morbidi”, notiamo anche che la bolognese non riesce bene nei lanci lunghi, soprattutto tenendo conto del fatto che un calamento morbido richiede, come vedremo, due manovre che ne riducono sensibilmente l’effettivo raggio d’azione. Questi limiti sono meno influenti nella pesca al cefalo, nel caso si adotti una piombatura concentrata. Fatta questa premessa, si può affermare che la bolognese è la canna ideale in moltissime situazioni e, in generale, il suo uso è ostacolato soltanto dal vento frontale che, facendo presa sul tratto di lenza compreso tra la punta della canna e il galleggiante, spinge a terra il calamento, rendendo inefficace l’azione di pesca. La sua lunghezza la rende adatta alla pesca dalla scogliera col mare mosso, in quanto consente di mantenere una posizione perfetta del galleggiante.

Saraghi in profondità: il migliore utilizzo in mare della bolognese quando questi pesci si radunano in banchi di numerosi soggetti presso i fondali sabbiosi e rocciosi.

La montatura classica per pescare il sarago in acque mosse con la bolognese: galleggiante piombato e finale dello 0,18 innescato a bigattini o vermi di varie specie.

Saraghi dalla scogliera

Per prima cosa bisogna regolare la profondità di pesca, ma in questo caso non misureremo il fondo. Si tenga presente che la zona più produttiva è generalmente collocata proprio in prossimità della scogliera artificiale. Si comincerà da un paio di metri di calamento (distanza tra il galleggiante e l’amo). Gli ovetti piombati non necessitano di taratura aggiuntiva sulla lenza ma, per contrastare la turbolenza che potrebbe tendere a tenere l’innesco in superficie, mettiamo un pallino di piombo da 0,50 grammi a circa settanta centimetri dall’amo, alla giunzione del terminale. Lanciamo il calamento in acqua in prossimità degli scogli, concedendo un paio di metri di filo per lasciare il galleggiante libero di prendere la corrente in allontanamento dalla battuta dell’onda. Contemporaneamente (in questo caso non serve la fionda) lanceremo abbondanti manciate di bigattini nel sottoriva e continueremo a concedere filo, o a trattenere, sondando il canale di corrente in uscita, fino ad incontrare l’abboccata giusta.

La scelta del galleggiante in mare è sempre dettata dalla distanza che ci separa dai pesci e dalla profondità del fondale.

Galleggianti in mare

Nell’impiego delle canne fisse e bolognesi, il galleggiante svolge l’importante funzione di segnalare l’attività del pesce sull’innesco e sostenere l’esca all’altezza voluta rispetto al fondo. Esso, qualunque sia la sua forma, possiede sempre una parte che emerge dal pelo dell’acqua ed una parte sommersa. La bilanciatura si ottiene con l’applicazione di una zavorra di piombo alla parte di lenza ad esso sottostante, e prende usualmente il nome di taratura. Tarare un galleggiante vuol dire applicare al calamento la quantità di zavorra necessaria a conferirgli il giusto assetto in pesca. Un galleggiante si dice “starato” quando per eccessiva zavorra il suo galleggiamento è instabile, ed esso tende ad immergersi di continuo a causa del solo movimento ondoso, per quanto modesto possa essere. Questa condizione è da evitare poiché crea costante incertezza d’interpretazione circa l’attività dei pesci sull’esca. Anche un eccessivo galleggiamento è da evitarsi, poiché i pesci in atteggiamento incerto rispetto all’innesco, avvertendo la resistenza al trascinamento del boccone dovuta al galleggiante, potrebbero desistere dall’ingoiarlo. 

In mare i galleggianti fissi sono utili quando il pesce si trova presso la superficie. La profondità di pesca deve essere minore della lunghezza della canna.

Fissi quando

Il galleggiante fisso si usa quando la profondità di pesca è minore della lunghezza della canna. Prescindendo dalla forma del corpo e dalla grammatura, distinguiamo i galleggianti in funzione del tipo d’antenna; questa può essere filiforme e fissa (galleggianti per uso esclusivamente diurno) oppure cilindrica ed intercambiabile con una starlite (luce chimica) di identica dimensione. I galleggianti diurni sono poco usati nella pesca alla spigola, poiché essa si svolge generalmente dal tramonto all’alba e quindi necessita di un’antenna luminosa da montare e smontare al momento opportuno senza dover disfare l’intero calamento. Un vantaggio offerto da un’antenna intercambiabile è quello del maggior diametro e quindi della maggiore visibilità diurna, anche lanciando ad una certa distanza. Al contrario, nella pesca al cefalo e nelle altre pesche diurne, si può scegliere un galleggiante ad antenna fissa, che, soprattutto quando è lunga e colorata a fasce, si fa apprezzare per la precisione con la quale segnala il grado di affondamento e, di conseguenza, il momento migliore per la ferrata. Il galleggiante fisso può assumere le forme più svariate, ma generalmente la forma a pera rovescia è la più usata. Un criterio generale è quello di privilegiare le piccole grammature e le forme affusolate quando si pesca con mare calmo e boccone unico, sia esso bigattino, sarda, pane od altro innesco. Un segnalatore di piccola dimensione si adatta ai calamenti leggeri e larghe scalature di pallini. La forma tondeggiante, invece, si adotta con bocconi voluminosi, piombature secche e mare mosso, quando occorre un buona portanza per contrastare le conseguenze del moto ondoso. Unica eccezione è la pesca al cefalo con la pastella, che richiede un “tondo” anche col mare calmo, in modo da evidenziare meglio le lievi tocche del cefalo attraverso i classici cerchietti sull’acqua.

In mare i galleggianti scorrevoli piombati appartengono a diverse tipologie: quelli da inglese, validi per raggiungere grandi distanze e quelli di forma bombata, per tenere meglio le onde o sorreggere montature pesanti, sono i più utilizzati.

Gli scorrevoli

Questo aggettivo – scorrevole – identifica quella vasta famiglia di galleggianti in grado di scorrere lungo la madre lenza fino ad incontrare il nodo d’arresto che fissa il punto finale superiore della loro corsa. Gli scorrevoli si utilizzano solitamente quando la profondità di pesca è superiore alla lunghezza della canna. Gli scorrevoli all’italiana non sono piombati, e tutta la zavorra dev’essere sistemata sul calamento. Gli scorrevoli all’inglese (waggler), invece, sono generalmente piombati, e richiedono talvolta solo un’aggiunta di taratura da collocarsi sul calamento. Gli scorrevoli piombati sono di varia forma e dimensione e si impiegano in diverse tecniche, generalmente nelle pesche a galla. In generale, la collocazione della zavorra direttamente nel galleggiante consente lanci lunghi e calamenti leggeri o leggerissimi. Alcuni di questi galleggianti, quelli che hanno un assetto orizzontale sull’acqua, hanno poi dato origine alle bombarde, che hanno perso del tutto la funzione di segnalare l’abboccata, diventando solo dei vettori per allontanare l’innesco e trainarlo poi verso riva. Abbiamo poi i cosiddetti trottolini, che sono galleggianti dalla forma generalmente tondeggiante adatta al mare mosso. Sono usati prevalentemente nella ricerca della spigola nella schiuma, innescando i bigattini. Con questi galleggianti il calamento necessita, in genere, di pochissima piombatura. 

Un bel cefalo catturato con galleggiante scorrevole a distanza da riva. Una bella soddisfazione che, tuttavia, spesso premia solo i pescatori più scaltri.

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Renzo Della Valle
Renzo Della Valle
RENZO DELLA VALLE Classe 1960, pesca da una vita in acqua dolce e in mare. Dal 1984 ha iniziato a collaborare come giornalista freelance presso le principali riviste di settore e dal 1994 ha aderito al progetto editoriale del mensile Il Pescatore d’acqua dolce prima come collaboratore e poi come capo redattore. Nel 2009 ha diretto la rivista Pescare. Numerosa e diversificata la produzione di libri e manuali sulla pesca sportiva. Continua a “essere sul pezzo” tenendosi in contatto con i migliori pescatori sportivi italiani e stranieri e fornendo un’informazione aggiornata sull’evoluzione delle tecniche che fanno parte della pesca sportiva.

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