Cormorani e predazione sui pesci, un ‘problema di dimensioni europee. L’inarrestabile crescita numerica della sottospecie Phalacrocorax carbo sinensis che si traduce nel consumo di svariate tonnellate di pesce al giorno. Particolarmente a rischio le popolazioni di temolo e dei salmonidi. Necessaria una regolazione delle nascite nelle zone di riproduzione della specie e un contenimento drastico delle popolazioni che migrano sul nostro territorio

Un gruppo di cormorani maggiori pronti a tuffarsi a caccia di pesce.
Da ormai trent’anni il cormorano maggiore (Phalacrocorax carbo sinensis) è presente sul territorio italiano, e il suo arrivo ha causato e continua a causare danni ingentissimi alla fauna ittica di fiumi, laghi e canali di pianura. Non sono chiari i motivi per i quali questa specie avicola ha deviato dalle sue abituali rotte migratorie per svernare da noi. Si fanno varie ipotesi: c’è chi afferma che il cambiamento climatico abbia indotto alcuni stormi a cercare territori più vicini per svernare e chi pensa invece che l’allargamento degli areali sia semplicemente dovuto a un eccesso numerico delle popolazioni, fin troppo bene preservate dalla legge entrata in vigore nei Paesi del nord Europa agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso. Attualmente il cormorano maggiore è sempre più presente in tutte le acque di pianura, in particolare in quelle del nord Italia e il suo numero cresce in maniera esponenziale. Si è visto inoltre che una percentuale crescente delle popolazioni a fine inverno non migra più verso le nazioni nord europee ma resta sul territorio nazionale dove nidifica, diventando a tutti gli effetti una specie stanziale.

A subire la voracità del cormorano maggiore sono soprattutto i salmonidi che vivono nei torrenti e fiumi di fondovalle e gli allevamenti di trote.
Le specie di cormorano in Italia
Il cormorano maggiore, o continentale, o cinese (Phalacrocorax carbo, sottospecie sinensis) è un uccello affine al nostro cormorano comune, noto anche come “marangone”. Il marangone (Phalacrocorax carbo) è specie tipica del territorio italiano. Lo si riconosce facilmente per il colore nero-blu metallico e per l’ala lunga cm 35 circa. Stazionario, suo areale d’elezione è la zona costiera sud della Toscana dove nidifica e le cui popolazioni non hanno mai subito aumenti significativi. Altre specie italiane di cormorano sono il marangone dal ciuffo (Phalacrocorax aristotelis), di dimensioni ridotte, legato alle acque marine dalla primavera all’autunno e stazionario in Sardegna, e il marangone minore o nano (Phalacrocorax pygmaeus), di dimensioni nettamente inferiori e piuttosto raro, osservabile soprattutto durante le migrazioni nelle zone umide sia dell’entroterra che della fascia costiera. Rispetto a queste tre specie italiane, la sottospecie sinensis del Phalacrocorax carbo è di provenienza nord europea, ha dimensioni decisamente maggiori con un’apertura alare tra 130 e 160 centimetri, peso tra 1,7 e 2,7 chilogrammi circa e la lunghezza del corpo che varia tra gli 80 centimetri ed il metro. Altri caratteri distintivi sono il piumaggio uniformemente nero con riflessi verdi-bluastri e porporini, cui deve il suo nome (“cormorano” deriva da una parola in francese antico che significa “corvo marino”): Inconfondibile è il lungo e stretto becco uncinato e a bordi taglienti per trattenere meglio la preda. Le zampe palmate sono poste molto indietro per fornire la massima spinta nelle immersioni. Suo areale d’origine sono le coste di Danimarca, Svezia, Polonia, Paesi Bassi e Germania. Verso la metà del secolo scorso le popolazioni di questa sottospecie di cormorano si erano notevolmente ridotte, in particolare lungo le coste a nord ovest dell’Europa che si affacciano sull’Atlantico e sul mare del Nord dove il cormorano maggiore era praticamente scomparso. La caccia intensiva, ma anche l’avvelenamento causato da uso intensivo di pesticidi, sembravano averne decretato la fine. Così, agli inizi degli anni ’60 le autorità internazionali presero quella che allora era l’unica soluzione logica, ossia vietarne la caccia e inserire la specie tra quelle protette a livello europeo. La soluzione funzionò da subito tanto che il calo numerico si arrestò nel giro di qualche anno, per poi ricominciare a crescere allontanando definitivamente la minaccia di una loro estinzione in Europa. Negli anni successivi cominciò a delinearsi il problema opposto, cioè quello di una eccessiva presenza di cormorani con conseguenze negative soprattutto sui pesci, che costituiscono il loro alimento esclusivo.

Un cormorano maggiore in posa “araldica”, con le ali distese ad asciugare dopo l’immersione a caccia di pesce.
Primi avvistamenti
I primi documenti sulla presenza della sottospecie di cormorano Phalacrocorax carbo sinensis sul territorio italiano risalgono agli inizi degli anni ’80. Ricordiamo lo studio condotto dalla regione Friuli Venezia Giulia che riporta una prima nidificazione segnalata nel delta del Po nel 1986, seguita da un censimento di 650-700 coppie nel 1999 su un totale nazionale di circa 800 coppie. In Friuli Venezia Giulia il cormorano era considerato migratore, svernante ed estivante fino al 2008, anno in cui è stata accertata la prima nidificazione nella Laguna di Grado. Qui la popolazione svernante è passata dai 1545 esemplari del 1997ai 2366 del 2001 ai 2074 nel 2008. Lo stesso studio dava la presenza accertata, sempre in Laguna di Grado, di cormorano dal ciuffo e cormorano minore, specie che negli anni a seguire hanno subito la competizione alimentare del cormorano maggiore. Seguirono, dopo questo primo studio, altri rilevamenti importanti che confermavano la diffusione esponenziale del cormorano maggiore, come quello di A. Gargioni del 2013 nella provincia di Brescia, in particolare lungo le rive dei laghi di Iseo e di Garda dove viene accertato l’incremento di contingenti svernanti a partire dagli anni ’80, incremento che ha portato a superare le mille unità, concentrate soprattutto nel bacino gardesano. Altri studi, condotti sempre in Lombardia, affermano che il cormorano maggiore risultava assente come nidificante nel periodo 1983-87 e che il primo insediamento stabile presso il lago di Varese è stato accertato nel 2004 all’interno della Riserva Naturale della palude Brabbia. Successivamente, nel 2006, è stata accertata la nidificazione all’interno della provincia di Cremona e a Mantova nel 2011. In seguito si è accertato che un numero percentuale sempre maggiore di coppie permangono sul nostro territorio dove nidificano, anziché migrare verso il nord Europa a fine inverno, ponendo nuovi e preoccupanti quesiti sulla diffusione del cormorano maggiore, la cui presenza permanente sta mettendo a serio rischio di estinzione alcune specie autoctone di pesci che si riproducono nel periodo primaverile, coincidente proprio con la nidificazione del cormorano maggiore lungo le rive di fiumi e laghi. Sul territorio europeo, dagli inizi degli anni ’80 si è passati in una quindicina di anni dagli iniziali 30.000 a 650.000 esemplari, con un incremento di oltre venti volte. In Italia si è passati dai duemilacinquencento soggetti che svernavano nei primi anni ’80, quando già cominciava a delinearsi una ripresa della specie, a trentacinquemila esemplari a metà degli anni ‘90. Oggi la metà della popolazione italiana di cormorano maggiore si rinviene lungo il Po e, quindi, gravita su ambienti di acqua dolce, in controtendenza con quelli che erano gli studi iniziali sulla sua presenza che lo volevano insistente sugli areali costieri, alla foce dei fiumi e nelle zone umido-salmastre dei litorali costieri del nord Europa.

La formazione a V tipica del volo dei cormorani maggiori, sempre più frequente nei cieli italiani.
Specie ittiche a rischio estinzione
Tutte le specie di cormorano sono micidiali divoratori di pesce e alla regola non sfugge il Phalacrocorax carbo sinensis, per il quale è stato calcolato un fabbisogno giornaliero attorno ai cinquecento grammi di prodotto ittico. Tipica è la sua azione di caccia, che spesso conduce in gruppo e che risulta molto efficace dopo avere individuato il branco di pesci. Da principio nuotano lentamente in superficie immergendo ogni tanto la testa per individuare le prede; avvistato qualcosa di interessante, si tuffano con un balzo in avanti e, spingendosi con potenti colpi di zampe, si portano verso il fondo dove danno inizio a un velocissimo inseguimento del pesce. Raggiuntone uno, lo afferrano con un fulmineo scatto del collo serpentino e, riportatisi in superficie, lo inghiottono a partire dalla testa. La caccia del cormorano risulta micidiale anche perché questo uccello è un formidabile apneista: può raggiungere profondità di una decina di metri e rimanere sott’acqua da venti a sessanta secondi. I cormorani di casa nostra, che si alimentano in prevalenza di pesci di fondo, tendono a cacciare in acque litorali poco profonde. Non così per il cormorano maggiore, abituato evidentemente a cacciare lungo coste marine più profonde del nord Europa e quindi le sue prede possono essere anche pesci dalle abitudini pelagiche che si trattengono anche più al largo. Non a caso nei grandi laghi naturali italiani (Maggiore, Como, Iseo, Garda) è frequente vedere gruppi molto numerosi di cormorano maggiore portarsi al largo e poi, una volta individuati i banchi di ciprinidi che in inverno si trovano in profondità, spingerli progressivamente verso le rive dove poi fanno strage. In base agli studi fatti sulla loro alimentazione, è abbastanza semplice calcolare il quantitativo di pesce eliminato da una popolazione di cormorani in un determinato areale. Poniamo per esempio che la popolazione di cormorani svernante sulle rive di un grande lago si attesti sui duemila esemplari. In un giorno di caccia questi cormorani sono in grado di mangiare una tonnellata di pesce che, moltiplicata per cinque mesi (il soggiorno medio delle popolazioni di cormorano Phalacrocorax carbo sinensis svernante sul nostro territorio), da ottobre a febbraio, fanno un totale di 150mila chilogrammi di pesce. Se, poniamo, ogni preda catturata si attesta sull’etto di peso, significa che durante il loro soggiorno sulle nostre acque i cormorani catturano oltre 25 milioni di prede. In partenza, quando erano pochi, i cormorani che frequentavano il nostro Paese si alimentavano quasi esclusivamente in acque marine costiere o lagunari (vedi delta del Po). Poi, man mano che crescevano di numero, essi presero a dirigere i loro inconfondibili stormi a “V” anche verso le acque interne, alla ricerca di territori di caccia meno affollati e più redditizi. Prima nei laghi grandi e piccoli, poi nei fiumi, risalendoli fino a quote di 500-600 metri. In questi ambienti hanno causato i danni maggiori, trovando acque poco fonde e limpide dove essi possono utilizzare meglio il loro sistema di caccia a vista. E dove hanno sterminato intere popolazioni di pesci pregiati quali trote e temoli. I danni al patrimonio ittico, in ogni caso, sono tanto maggiori quanto più ridotte sono le dimensioni degli ambienti acquatici interessati, per via di una maggiore densità relativa del pesce e di una sua più facile catturabilità. Analisi sull’effetto predazione del cormorano su determinati ambienti acquatici vennero stilate non appena ci si accorse dell’aumento esponenziale delle popolazioni italianizzate di Phalacrocorax carbo sinensis. Nel “Rapporto di base sul tema cormorano e pesci” pubblicato nel 1992 dall’Ufficio Federale svizzero per l’Ambiente, la Caccia e la Pesca, si afferma che nei laghi di maggiori dimensioni con oltre 20 chilometri quadrati di dimensioni è difficile dimostrare una chiara relazione tra presenza dei cormorani e variazioni del popolamento ittico. Ciò non significa, comunque, che la pesca subisca da subito un danno dalla presenza dei cormorani che strappano le reti dei pescatori di professione per impadronirsi dei pesci, abbandonando spesso le loro prede mangiate a metà e quindi inutilizzabili, modificando con le loro aggressioni il comportamento del pesce che si rende così meno catturabile da parte dei pescatori professionisti e sportivi. Nei laghi medi, invece (da venti chilometri quadrati a mezzo chilometro quadrato), la diminuzione del pesce – ciprinidi, in massima parte – a causa del consumo dei cormorani, comincia a divenire bene evidente. Infine, nei laghi più piccoli e nei bacini di sbarramento lungo i fiumi, il prelievo di pesce nel corso di un inverno può andare dai 70 ai 150 chili per ettaro, con un calo del popolamento ittico che può superare nettamente il cinquanta per cento. A ciò si aggiunge il problema dei pesci non mangiati ma feriti più o meno gravemente a colpi di becco e il conseguente rischio di infezioni a decorso spesso mortale. Ma è soprattutto in molti fiumi che le cose si sono messe male dopo l’arrivo in massa del cormorano maggiore, specialmente per i temoli: le catture di questi pesci, già per altro in calo per altre ragioni, si sono ridotte fino all’ottanta percento.

Phalacrocorax carbo sinensis ha ridotto in maniera significativa il numero delle popolazioni di trota e temolo in molte acque italiane.
Cosa dice la legge
Il cormorano Phalacrocorax carbosottospecie sinensis è stato inserito negli anni ’60 tra le specie avicole meritevoli di protezione (vietandone, ovviamente, la caccia) e questa normativa dovrebbe essere valida ancora oggi, nonostante il pericolo di una sua estinzione sia stato scongiurato e, anzi, a fronte di una crescita numerica ormai invasiva. Il condizionale è d’obbligo poiché, da quegli anni, nessuno degli Stati membri della UE ha presentato mozioni per togliere questo uccello dalle specie protette. Unica eccezione l’interrogazione scritta, risalente al 1998, dell’on. Doeke Eisma alla Commissione. Cormorani, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale n. C 021 del 22/01/1998 pag. 0076, che così recita: “A seguito delle dichiarazioni del commissario Bjerregaard in merito ai cormorani, può la Commissione far sapere: 1. se è vero che intende depennare il cormorano dell’allegato 1 della direttiva sull’avifauna (Direttiva 79/409/CE – GU L 103 del 25.4.1979, pag. 1.)? 2. quando prevede di farlo e in che modo ne informerà il Parlamento europeo? 3. su quale base giudica essa necessario depennare il cormorano dall’allegato 1 della direttiva sull’avifauna? 4. se intende anche aggiungere ulteriori specie all’allegato 1 della direttiva in questione?” Risposta data dalla Sig.ra Bjerregaard a nome della Commissione (25 giugno 1997): “Nell’allegato I della direttiva 79/409/CEE del Consiglio concernente la conservazione degli uccelli selvatici figurano tre specie e sottospecie di cormorani, ovvero il marangone minore (P. pygmaeus), la sottospecie mediterranea del marangone dal ciuffo (P. aristotelis desmarestii) e la sottospecie continentale del cormorano (P. carbo sinensis). Poiché il marangone minore è minacciato di estinzione in generale e la sottospecie mediterranea del marangone dal ciuffo è ancora estremamente vulnerabile, la Commissione non intende sopprimere queste due voci dall’allegato I della direttiva. Come dichiarato nella risoluzione adottata dal Parlamento europeo nel febbraio 1996, il numero di esemplari di cormorano (Phalacrocorax carbo sinensis) è aumentato sensibilmente. Sulla base delle informazioni scientifiche disponibili e a seguito di numerose consultazioni la Commissione ritiene che questa specie abbia raggiunto un livello di conservazione soddisfacente in tutta Europa, tanto da poter affermare che le misure di conservazione sono state efficaci. La Commissione sta quindi elaborando una proposta intesa a depennare dall’elenco dell’allegato I della direttiva succitata il Phalacrocorax carbo sinensis. Il Parlamento è già stato informato sulla situazione; la Commissione invita pertanto l’onorevole parlamentare a fare riferimento alle risposte date, rispettivamente, all’interrogazione scritta n. 3950/96 dell’onorevole Bébéar (GU C 186 del 18.6.1997) e all’interrogazione orale H-124/97 dell’onorevole Schwaiger durante l’ora delle interrogazioni nella tornata del Parlamento del marzo 1997 (Discussioni del Parlamento europeo – marzo 1997). Considerando l’urgenza della questione, il progetto di proposta è stato presentato e votato durante la riunione del comitato per l’adeguamento al progresso tecnico e scientifico della direttiva sugli uccelli selvatici. Il comitato ha approvato tale progetto che viene trasmesso per conoscenza al Parlamento europeo. La Commissione prenderà le misure necessarie per poter adottare la proposta. Allo stato attuale, tuttavia, la Commissione non intende proporre entro breve tempo un ampliamento dell’elenco delle specie di cui all’allegato I della direttiva concernente la conservazione degli uccelli selvatici”.

Il cormorano maggiore Phalacrocorax carbo sinensis non risulta essere specie protetta dalle normative italiane.
E in Italia?
Il nostro Paese ha aderito alla Direttiva emanata dalla Convenzione di Berna, del 1979, che “ha per scopo di assicurare la conservazione della flora e della fauna selvatiche e dei loro habitat naturali, in particolare delle specie e degli habitat la cui conservazione richiede la cooperazione di vari Stati, e di promuovere simile cooperazione. Particolare attenzione meritano le specie, comprese quelle migratrici, minacciate di estinzione e vulnerabili”. In tale direttiva, entrata poi in vigore nel 2002, nell’allegato 2 relativo alle specie di fauna rigorosamente protette, alla voce UCCELLI-PELECANIFORMES – Phalacrocoracidaesi fa esplicito riferimento a Phalacrocorax aristotelis (marangone dal ciuffo) e Phalacrocorax pygmaeus (marangone nano). Nessuna menzione viene fatta riguardo il Phalacrocorax carbo sottospecie sinensis. E l’aggiornamento della legge nazionale sulla caccia, dell’11/02/1992 – n.157 – Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio – riprende esattamente l’elenco delle specie avicole riportate nella Convenzione di Berna succitata, senza menzionare il Phalacrocorax carbo sottospecie sinensis. Bisogna quindi concludere che il cormorano maggiore non è specie protetta sul territorio italiano? E pertanto potrebbe essere cacciabile, se solo fosse incluso tra le specie soggette a caccia?

Riconosciuta la proliferazione innaturale e i danni arrecati alla fauna ittica, non è ancora ben chiara la posizione legislativa italiana nei confronti del cormorano maggiore.
I rimedi
Oggi, a più di trenta anni dalla comparsa sul nostro territorio delle prime popolazioni di Phalacrocorax carbo sinensis, si è riconosciuta l’esistenza di un “problema cormorani”, con la necessità di affrontarlo e risolverlo anche a livello europeo. Anche se i danni, causati in molte acque italiane dalla predazione di questo uccello, sono ormai irreversibili. Si è cominciato in Francia, dove i danni causati dai cormorani alle piscicolture sono divenuti tali che molte di esse sopravvivono soltanto grazie al sostegno finanziario pubblico e dove per prima è stata autorizzata l’eliminazione del venti per cento dei cormorani presenti sul territorio nazionale. In seguito, analoghe misure di abbattimento o “allontanamento” sono state assunte in Svizzera, Germania, Danimarca e, da qualche anno, anche in alcune province italiane. Ma questo non può bastare: è infatti opinione concorde degli esperti che una limitazione ragionevole e duratura della popolazione europea di cormorani possa venire soltanto da un rigoroso controllo delle nascite sulle aree di riproduzione della specie situate in Danimarca, Germania, Olanda, ossia attraverso una sistematica rimozione dai nidi di una o più delle tre – quattro uova che vengono annualmente deposte da ogni femmina. Ma, sul territorio italiano, si è già arrivati a una ulteriore aberrazione naturale: una percentuale sempre maggiore di cormorani a fine inverno non migra più verso il nord Europa ma nidifica qui, per cui ci si domanda se il contenimento numerico sulla percentuale delle popolazioni censite possa avere un senso. E, soprattutto, che significato abbia l’abbattimento del 10 o 20 per cento delle popolazioni visto che Phalacrocorax carbo sinensis è una specie ornitologica inesistente sul nostro territorio antecedentemente agli anni ’80 del secolo scorso.
Palliativi… legislativi
A tale riguardo regioni e province italiane si sono mosse, da qualche anno a questa parte, prendendo provvedimenti legislativi volti più che altro a contenere il numero delle popolazioni di cormorano. L’ultimo in ordine di tempo è stato attuato dalla Regione Lombardia, che prendendo come riferimento il Phalacrocorax carbo (e non il Phalacrocorax carbo sinensis), con il D.g.r. del 14 luglio 2025 – n. XII/4715 – Autorizzazione al controllo selettivo del Cormorano (Phalacrocorax carbo) nel periodo compreso tra il 1° ottobre 2025 ed il 15 marzo 2026 – delibera di autorizzare, nelle province di Varese, Como, Lecco, Bergamo, Brescia e in alcune aree di particolare rilevanza il prelievo in deroga di 666 capi complessivi di cormorano. Una percentuale ridicola visto il numero crescente di questa specie, tra l’altro non monitorata e censita con precisione, che serve ad accontentare tutti e nessuno, il classico compromesso all’italiana che non porterà, di fatto, a nessun risultato concreto circa il reale contenimento di questo uccello.




