La palamita è un temibile predatore delle acque marine che vive in branchi di numerosi soggetti sia in mare aperto sia nel sottocosta. Tecniche privilegiate quelle che utilizzano esche artificiali che sfrutteremo dalla barca o da riva

La palamita è un tipico esempio “biologico” di quanto possa offrire il mare in tema di pesci predatori. È infatti una piccola macchina da guerra strutturata per fare razzia nei branchi di pesce foraggio. Veloce, potente e dalle abitudini nettamente pelagiche, la si può trovare sia in alto mare sia vicino alle coste nei pressi delle scogliere a picco sul mare. È frequente imbattersi in banchi numerosi di questi pesci anche nel sottocosta, ma solo quando si verificano determinate combinazioni di fattori meteorologici e marini che è difficile prevedere e codificare.

CHI È LA PALAMITA
NOME SCIENTIFICO: Sarda sarda
ORDINE: Perciformes
FAMIGLIA: Scombridae
MORFOLOGIA: è molto simile a un piccolo tonno. Ha corpo allungato, appiattito sui fianchi, lungo tra 50 e 70 centimetri o più, di colore azzurro-argenteo, più scuro sul dorso che presenta strisce di colore tendenti al nero. Sui fianchi il colore va schiarendo. L’occhio è piccolo e la bocca ampia. Non va confusa però con il tonnetto striato, dal quale si distingue per le righe dorsali oblique, e con il tonno pinna gialla, dal quale si distingue per le pinne dorsali, brevi nella palamita. Può raggiungere i 10 chilogrammi di peso, ma esemplari di un paio di chilogrammi sono nella norma.
HABITAT: è specie pelagica ma si avvicina spesso alla costa, preferendo scogliere a picco che garantiscono buone profondità già a pochi metri dalla battigia.
DISTRIBUZIONE: è molto diffusa nel Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico, a Nord fino alla congiungente tra la Scandinavia e il Canada così come a Sud tra l’Angola e l’Argentina.
RIPRODUZIONE: avviene in primavera o all’inizio dell’estate. I giovani si riconoscono per le bande scure verticali sui fianchi.

Primo piano sui denti di una bella palamita: con una bocca così nessuna preda ha via di scampo!
Temibile predatore. Tutto, nella palamita, fa pensare a una grande forza strutturata per fare catture. Corpo fusiforme, decisamente idrodinamico, con testa appuntita, peduncolo caudale sottile con due carenature laterali e coda falcata, tutte caratteristiche che conferiscono una considerevole potenza al suo nuoto. La bocca è ampia e supera l’occhio, armata di numerosi denti conici assai pronunciati. Le pinne dorsali sono due: quella anteriore è più lunga e triangolare, con altezza decrescente e bordo superiore dritto; la seconda, contigua, è corta e opposta all’anale. Le pinne ventrali e le pettorali sono piccole e si allungano due serie di pinnule sopra e sotto la coda. Il colore è azzurro metallico sul dorso e digrada nell’argento sui fianchi, per diventare bianco madreperlaceo sul ventre. Sul dorso si notano da sette a dieci barre più scure oblique, quasi orizzontali.

La palamita caccia in branchi talvolta composti da numerosi soggetti che dalle profondità si avvicinano spesso alla costa.
Caccia nel profondo blu. Quando incrocia al largo, scorrazzando dalle profondità abissali fin verso la superficie, la palamita può essere insidiata con successo con le esche artificiali, che useremo a traina leggera. Qualsiasi imitazione di pesci foraggio, dai cefali a tutto il pesce azzurro, funzionano a meraviglia. La traina andrà condotta a buona andatura tenendo presente che la velocità di crociera della lampuga è elevata e non si ferma certo dinanzi a una preda che si sposta a tutta velocità.

Un grosso esemplare catturato a traina con un lipless metallico imitativo di pesce azzurro.
Esche e attrezzatura. Si tratta di un predatore e come tale la tecnica di elezione è lo spinning, che andrà condotto con grande dinamismo, non soltanto nella ricerca di questo bel pesce, ma anche nello stile di recupero delle esche artificiali. Infatti ciò che induce la palamita ad attaccare è la grande velocità di recupero delle esche. Adatti a questa strategia sono tutti gli artificiali da manovrare in superficie, come popper lunghi 9-11 centimetri, da alternare ad altri meno “rumorosi”, come i metal jig. Questi ultimi, richiamati con brevi strattoni impartiti attraverso la cima della canna, assumeranno il movimento a zig-zag tipico di una preda in difficoltà che si sposta sul pelo dell’acqua, stimolando fatalmente le palamite. Pur essendo formidabili nuotatori e potenti avversari, difficilmente questi pesci si lanciano in lunghi inseguimenti dell’artificiale: normalmente, partono da sotto e con un breve scatto si gettano sull’esca. A volte attaccano anche a mezz’acqua, situazione in cui un metal jig lasciato affondare e recuperato a scatti può fare davvero la differenza. La palamita è solita prodursi in lunghe e potentissime ripartenze, specialmente se la si pesca da riva, quindi è consigliabile avere almeno 300 metri di lenza nel mulinello. Canna potente, in grado di lanciare fino a una cinquantina di grammi, non troppo lunga (2,40 metri) per poter gestire al meglio artificiali di buon peso senza affaticare troppo il polso.

A spinning rendono molto bene i metal jig: si lanciano lontano e si possono recuperare a tutto gas, conservando quei movimenti oscillanti che fanno impazzire le palamite di tutte le taglie.
Scegliamo i colori. Per quanto riguarda le colorazioni degli artificiali, sarà meglio scegliere modelli con livree di tonalità simili a quelle del pesce foraggio, come la sardina e lo sgombro, ossia le tinte che tendono più o meno all’azzurro o al grigio. Ciò nonostante, non dimentichiamoci che a volte funzionano molto bene pure le esche dai colori sgargianti come il giallo, il rosa e l’arancione fluorescente, specialmente quando il cielo è coperto.

Tra i colori che rendono maggiormente quelli argentei e dorati, che simulano meglio la livrea del pesce foraggio cacciato dalla lampuga e che con i riflessi brillanti la attirano anche da lunghe distanze.




